Vertenza Italpizza, la cronistoria.

 

Dopo quasi una settimana di scioperi durissimi davanti ai cancelli dell’Italpizza nella serata di martedì è stato raggiunto un primo accordo. Una vertenza che si è conclusa nel migliore dei modi, con il reintegro di tutte le lavoratrici e i lavoratori licenziati, allontanati o sospesi entro il 20 gennaio e la ridiscussione dei contratti applicati dalle cooperative all’interno dello stabilimento.

Una prima vittoria, quella delle lavoratrici e dei lavoratori di Italpizza, molto importante che segna un primo punto a favore delle libertà sindacali e dei diritti dei lavoratori in un territorio che ha ormai dimenticato da tempo parole e significati semplici come lotte e giustizia sociale.

Ripercorriamo dunque tutta la vertenza riavvolgendo il nastro dal principio.

Tutto inizia il 28 novembre con uno sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori dello stabilimento di San Donnino indetto dal S.I. Cobas. Le ragioni della mobilitazione sono duplici, da un lato ci sono quelle già arcinote in molti settori della produzione della nostra provincia, cooperative che assumo la manodopera sottoponendola a contratti non conformi con le mansioni svolte, dall’altro una situazione nella quale “l’azienda leader dello sfruttamento nel settore delle pizze surgelate” (come la definita dal sindacato) aveva allontanato dal posto di lavoro 9 giovani lavoratrici, appena saputo della loro adesione allo stesso. 46898083_881143572084341_1217770558679154688_n

Due le cooperative  la Cofamo (che segue il lato del confezionamento) e l’Evologica che segue, invece, la parte della farcitura e della cucina. Una sola invece l’azienda appaltatrice: l’Italpizza leader nella produzione delle pizze surgelate e importante azienda del territorio che, con un fatturato di oltre 100 milioni di euro, aveva recentemente incassato il via libera dal Comune di Modena per il raddoppio della fabbrica grazie al documento di indirizzo Sblocca Modena.

I lavoratori all’interno dello stabilimento invece sono inquadrati con contratti di pulizia anche se in realtà svolgono un lavoro da alimentaristi  (preparazione delle pizze e farcitura), denunciano straordinari mai erogati in modo corretto, turni comunicati all’ultimo momento, anche la notte stessa dopo aver staccato per rientrare direttamente il mattino seguente con turni che possono così arrivare a un totale di 15/16 ore consecutive. Anche nelle buste paga si riscontrano irregolarità oltre all’errato inquadramento che prevede già di per sé una paga inferiore. Infine le intimidazioni da parte delle aziende con lettere di sospensione, disciplinari o di allontanamento per le iscritte e gli iscritti al sindacato.

Lo sciopero viene immediatamente raggiunto da Polizia e Carabinieri con la Digos che presenzia durante tutta la prima trattativa tra iscritti al sindacato e proprietà.

Dopo le prime promesse di riassunzioni scritte su un foglietto senza timbri né firme i lavoratori ottengono un tavolo di trattativa per il 5 dicembre e la garanzia che non ci saranno cambi di mansioni o licenziamenti punitivi come da prassi dello stabilimento.

La mattina del 5 dicembre, sotto la prefettura di Modena, si forma un grosso presidio di lavoratori. Si trattano le vertenze aperte dal S.I.Cobas della GM Cataforesi di Camposanto e dell’Italpizza.

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Per quest’ultima, sembra non esserci alcuno spazio per il dialogo, col prefetto che non intende neanche ascoltare i delegati, fuori le lavoratrici, nessun cambiamento nei contratti e messa al bando del S.I.Cobas all’interno dell’azienda.

Fallito il tavolo di trattativa in prefettura le lavoratrici e i lavoratori raggiungono lo stabilimento di San Donnino ed è qua, la sera del 5, che la situazione si aggrava. Le forze dell’ordine sgomberano il picchetto con un ampio uso di gas lacrimogeni mentre il sindacato indice lo sciopero generale provinciale.

La mattina del 6 gli operai ritornano davanti ai cancelli di Italpizza e mostrano i lacrimogeni lanciati su di loro la sera prima.

La risposta della questura di Modena è sempre la stessa: repressione, lacrimogeni e manganelli.

Alla terza carica oggi a Italpizza abbiamo occupato la fabbrica, poi le forze dell’ordine ci hanno caricato e spinto fuori, siamo andati in autostrada bloccando la circolazione dei mezzi, poi dopo che hanno sparato lacrimogeni per l’ennesima volta siamo tornati a bloccare (la fabbrica) e la lotta continua…” Queste le parole di un delegato del S.I.Cobas prima che il picchetto venga sciolto alle 19.30, dopo un’intera giornata di tensioni.

Ma le cariche della celere, del famigerato VII battaglione Mobile da Bologna e i lanci di gas lacrimogeni non spaventano le lavoratrici e i lavoratori forti delle loro ragioni.

Il 7 dicembre inizia il terzo giorno di sciopero davanti all’azienda ed escono i primi comunicati attestati di solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori dell’azienda modenese. Solidarietà che si rivelerà un’arma efficientissima per la conclusione della vertenza.

Arriva la solidarietà e il sostegno di Non Una di Meno Bologna che, con questa nota, si schiera al fianco delle lavoratrici di Italpizza.

La lotta guidata da queste donne ha trasformato il picchetto in uno sciopero generale provinciale: è il primo sciopero contro il decreto sicurezza da poco convertito in legge. Le donne migranti che stanno bloccando la produzione, respirando lacrimogeni e fronteggiando le cariche della polizia, sfidano infatti apertamente e senza paura i provvedimenti che vietano i blocchi stradali e puniscono chi lotta, minacciando le e i migranti di espulsione. Italpizza ha pensato di poter sfruttare la precarietà della loro condizione, come donne e come migranti, per intimidirle e metterle a tacere, ma si è trovata di fronte la loro determinazione e la loro forza. Perciò questo sciopero attacca direttamente il modo in cui razzismo e patriarcato servono a intensificare lo sfruttamento nei posti di lavoro. Esso mostra inoltre, con chiarezza, come le donne non siano più disposte a farsi sfruttare, né a sottostare al ricatto della paura. Contro chi le vorrebbe precarie e sottomesse, come donne, come lavoratrici e come migranti, il loro grido è “non abbiamo più paura, siamo unite e andiamo avanti!”.

Anche l’opposizione Cgil de “il sindacato è un’altra cosa” si schiera coi lavoratori denunciando inoltre come “ormai la polizia a Modena ha un ruolo attivo dentro ogni vertenza sindacale, spalleggiando smaccatamente la parte datoriale: cambiano i questori ma la musica è sempre la stessa, la polizia agisce come una novella “agenzia Pinkerton” al servizio dei padroni – pur essendo pagata dalle tasse dei lavoratori, anche dei manganellati…” e chiedendo che:

1) che cessi immediatamente la militarizzazione dei cancelli dell’ ITALPIZZA, si ritirino le divise e i cellulari, riconducendo la vertenza al suo ambito naturale
2) che quei lavoratori vedano riconosciuto il loro diritto al contratto dell’alimentaristica – anziché il “multiservizi”, improprio e penalizzante
3) che si ritirino i licenziamenti punitivi, mascherati da trasferimenti dei lavoratori considerati riottosi
4) che si apra finalmente una discussione in città sulla cappa repressiva che è calata su questa città medaglia d’oro della Resistenza, segnata da centinaia di denunce e processi in corso, contro giovani e lavoratori
5) Che la CGIL modenese prenda parola con forza contro le derive autoritarie e antisindacali che Questura e Procura stanno inscenando da alcuni anni in questo territorio. Non si può voltare la testa dall’altra parte.

Solidarietà arriva anche dall’Unione Sindacale Italiana che vede in questo tipo di  lotte l’unica via per contrastare il decreto sicurezza che con le sue deliberazioni liberticide vorrebbe eliminare il diritto a manifestare e ogni opposizione conflittuale.

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Anche la Cgil prende parola sulla vertenza, ma lo fa con questa nota, a firma Umberto Franciosi, Segretario Generale Flai Cgil Emilia Romagna, che analizza la somministrazione irregolare di manodopera e il ruolo della Grande Distribuzione (leggi Coop) nel determinare le marginalità all’interno della filiera agroalimentare senza mai dare esplicita solidarietà alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori ancora in corso.

Intano davanti ai cancelli di Italpizza ad ogni carica e ad ogni lacrimogeno gettato corrisponde un’aumentata solidarietà, anche da parte di chi nei giorni precedenti era rimasto al lavoro, mentre gli iscritti al S.I.Cobas all’interno della fabbrica aumentano considerevolmente.

Sabato 8 dicembre è festa e, in mattinata, una delegazione di lavoratori e lavoratrici si   si presenta a Vaciglio, alla Giornata a difesa del Suolo del comitato #mobastacemento, nel tentativo (riuscito) di sensibilizzare, solidarizzare e attirare l’attenzione su quanto sta accadendo a San Donnino.

Davanti ai cancelli invece si griglia in attesa della ripresa del confronto il lunedì.

Ed è proprio la giornata di lunedì quella che risulta decisiva.

Se, all’inizio della vertenza, sui giornali locali, si poteva leggere la nota dell’azienda che parlava espressamente di “vandali” e di “una brutale aggressione ai danni dell’azienda da parte di un gruppo di violenti” le lotte, il clamore e l’attenzione anche mediatica sulla vicenda avevano in qualche modo ribaltato la situazione.

Non sul campo però, perché nel silenzio delle istituzioni modenesi anche la giornata di lunedì 10 si apre con la chiusura ad ogni confronto e con la richiesta di aprire un tavolo di trattativa, dove le istituzioni pubbliche facciano da garanti che viene negata in partenza. La risposta è quella sorda e il picchetto viene attaccato ripetutamente con gas e manganelli dai reparti della celere.

Scriverà in una nota il S.I.Cobas:

Era però chiaro fin dalle prime ore del mattino che non c’era alcuna volontà di dialogo: i funzionari della questura hanno fatto sapere che c’erano “ordini superiori” per i quali “oggi non c’è nessun margine di trattativa”.
Sono state almeno una decina le cariche contro le lavoratrici e i lavoratori, con uso massiccio di gas CS. Cinque persone sono state soccorse dalle ambulanze per le manganellate, altre (compresi diversi agenti senza maschere) sono svenute o hanno avuto malori per i gas.

Ad ogni carica i #blocchi si formavano e scioglievano, impossibili da contenere, debordando sulla via Vignolese, nei campi e nelle strade adiacenti, per poi tornare a riunirsi davanti ai cancelli, come polvere di ferro attratta dalla calamita. Anche oggi altre 15 operaie ed operai hanno scelto di non entrare al lavoro e di unirsi alla lotta, portando così a sfiorare la #quota100 il numero di iscritti al S.I. Cobas dentro lo stabilimento. Solo nel tardo pomeriggio la prefettura ha ceduto, convocando finalmente un tavolo domattina.

Così nel pomeriggio di lunedì 9 dicembre, dopo oltre una settimana di picchetti, le lavoratrici e i lavoratori di Italpizza riescono finalmente ad ottenere un nuovo tavolo di trattativa con l’azienda in prefettura.

Nel conto della vertenza si registrano anche scene come questa col pestaggio di un giovane lavoratore inerme a terra.

Nella giornata di martedì 11, quella del tavolo di trattativa, due presidi affollano tanto i cancelli dell’Italpizza che il marciapiede davanti alla Prefettura. Ed è qua che, dopo due settimane di sciopero e sei ore di tavolo di trattativa, i lavoratori e le lavoratrici dell’ Italpizza ottengono una prima e importantissima vittoria.

L’accordo siglato è suddiviso in tre punti, come scrivono in una nota al S.I.Cobas:

1) Tutte le 13 lavoratrici e lavoratori colpiti da licenziamenti, sospensioni e trasferimenti punitivi torneranno al loro posto di lavoro, entro e non oltre il 20 gennaio prossimo, regolarmente retribuiti per tutto il periodo di assenza.
2) I turni di lavoro dovranno rispettare periodo di riposo, festività e riposi compensativi. L’odiosa e illegale pratica del lavoro a chiamata deve cessare.
3) Istituzione di un tavolo sindacale in cui valutare le condizioni contrattuali, retributive e contributive di ciascun lavoratore. 


Su questo ultimo punto la trattativa si è arenata nelle sale della prefettura: per ben sei ore il S.I. Cobas ha negoziato con gli avvocati e i consulenti mandati da Italpizza e dalle cooperative Evologica e Cofamo, che in ogni modo hanno tentato di far fallire l’accordo.
Come ci è stato chiaramente detto davanti al prefetto stesso, le cooperative non accettano la presenza del nostro sindacato all’interno dello stabilimento e, nonostante l’accordo siglato, hanno promesso di ostacolare con ogni mezzo la verifica dei contratti, dei turni e dei riposi. Una battaglia è stata vinta, ma la guerra con i colossi cooperativi è tutt’altro che finita.
Il prefetto durante tutta la trattativa ha insistito sul fatto che le nostre modalità di sciopero sono illegali, senza mai spendere una parola sul vergognoso sistema di sfruttamento (quello sì completamente fuorilegge, come anche denunciato pubblicamente dalla Flai-CGIL di Modena) che regna a Italpizza e in generale su tutto il territorio modenese, né sulle violenze delle forze dell’ordine o sull’uso massiccio di gas CS, proibito a livello internazionale come arma chimica da guerra.
L’eroica resistenza delle donne e degli uomini davanti a quei cancelli è stata la prima grande risposta nazionale al DL Salvini e alla procura modenese, già tristemente nota per il suo accanimento contro sindacati e movimenti sociali. Nei fatti l’obiettivo di Salvini è già fallito: è stata vinta la paura, nessuno – uomo o donna – si è tirato indietro, nessuno si è fatto intimidire!

Aggiungendo:

Quella di Italpizza non è una semplice vertenza, ma una battaglia per la libertà sindacale e la giustizia sociale, per il riscatto dei lavoratori, in particolare delle donne e dei migranti, contro il razzismo.

Un primo passo dunque ma un primo passo molto importante in un territorio che ha dimenticato da tempo parole e significati semplici come lotte, diritti e giustizia sociale.

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