A Modena si processa “l’essere sindacalista”, intanto….

«Chiese i soldi ma erano per i lavoratori» questa la confessione del Pm Claudia Natalini che, nel richiedere due anni e quattro mesi di carcere per estorsione al fondatore del S.i.Cobas, ammette pure: «Condannatelo, ma tra le attenuanti riconoscetegli anche quella dell’aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale». In pratica, nelle aule del tribunale di Modena in questi giorni, si sta tentando di perseguire un nuovo tipo reato: il “reato di sindacalismo”.

Ma riavvolgiamo rapidamente il nastro di tutta la vicenda. Il 26 gennaio del 2017 viene arrestato Aldo Milani. L’operazione della squadra mobile di Modena è altamente spettacolarizzata e mediatizzata. Un video senza audio dove si nota un passaggio di denaro da una mano (quella di Levoni) a un’altra (quella di Piccinini) è presentato ai media come prova schiacciate. Sono mesi che picchetti e proteste si susseguono a Castelnuovo Rangone, davanti ai cancelli di Alcar Uno, una delle più grosse aziende di lavorazione carni del territorio di proprietà della famiglia Levoni. La vertenza riguarda 52 licenziati e interseca il processo produttivo di un comparto, quello della lavorazione carni appunto, dove appalti, subappalti, cooperative spurie che aprono e spariscono nel giro di breve tempo, scatole cinesi,  prestanome, contributi non pagati e veri e propri fenomeni di caporalato la fanno da padrone.

L’accusa a Milani è quella di aver estorto ai Levoni una determinata somma di denaro, tra i 60mila ed i 90mila euro (mai ricostruita con certezza nel corso delle indagini) prima per far cessare gli scioperi, poi durante il processo, per un’ipotetica «cassa di resistenza» del sindacato. Durante il processo, inoltre, emergono numerosi elementi curiosi. L’audio del video presentato ai media come prova schiacciante da parte della polizia è grattato e inascoltabile mentre esce un’intercettazione nella quale il funzionario della Digos Marco Barbieri si vanta dell’operazione con Levoni in questi termini: «Ma che scheggia impazzita. Abbiamo devastato i Cobas a livello nazionale, Lorenzo. Abbiamo fatto una cosa pazzesca.» – «Abbiamo fatto un bingo che non ne hai idea. Per noi è una cosa pazzesca, Lorenzo. Perché adesso i Cobas… Come arrestare Luciano Lama ai tempi della Cgil d’oro.»

Il 27 febbraio di quest’anno, dopo aver già condannato a due anni e quattro mesi Piccinini (la figura torbida che effettivamente prende i soldi da Levoni nel famoso video), il Pubblico Ministero chiede la condanna anche per di Milani (stessa identica pena richiesta per Piccinini 2 anni e 4 mesi) nonostante riconosca le attenuanti per «l’aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale».

Questo mercoledì, invece, il 26 marzo, la parola è passata alla difesa che, con gli avvocati Marina Prosperi e Alessandro Gamberini, ha parlato espressamente di «trappola preparata» e «malfatta». Gli avvocati ricordano l’intercettazione e le parole del capo della Digos scambiate con Levoni, la busta contenente cinquemila euro che Levoni passa a Piccinini e le parole utilizzate, dove, dall’audio (che a quanto pare ora è tornato utilizzabile), il primo dice chiaramente al secondo «Ti do» non «Vi do» come trascritto erroneamente, escludendo così Milani dal passaggio del denaro.

La vertenza, ricordiamo, riguardava 52 licenziati e i contributi Inps non versati ai lavoratori dalle cooperative in appalto ad Alcar Uno.

Come afferma l’avvocato di Milani, Marina Prosperi: «È caduto il teorema che portó all’arresto di Aldo Milani. La procura non lo dipinge più come sindacalista intento ad intascare una mazzetta per fare terminare gli scioperi, ma con virata impressionante ne sta processando l’essere sindacalista, la sua opposizione allo sfruttamento nel sistema Modena: la catena di cooperative dedite al caporalato. Emerge un mondo imprenditoriale senza scrupoli e protetto da personaggi come il funzionario Digos che esulta e dice di aver arrestato il “Luciano Lama della Cgil degli anni d’oro”».

Ma forse, il senso più profondo di tutta questa vicenda non risiede tanto tra aule del tribunale di Modena ma fuori da esse; dove, nelle stesse ore in cui veniva processato Aldo Milani, la Guardia di Finanza di Napoli arrestava per frode fiscale Luigi Scavone che stava per fuggire a Dubai con i 300mila euro in contanti. Scavone, ex poliziotto, a capo di un impero nel campo del lavoro interinale col gruppo Altea non era affatto estraneo al comparto della lavorazione carni modenese. Considerato il “re dei subappalti” del lavoro temporaneo, con più di 16 mila dipendenti in tutta Italia, intratteneva rapporti sul territorio anche con Bellentani 1821, Salumifici Italiani e Nordiconad.

Insomma mentre nel tribunale di Modena andavano a processo i sindacalisti, davanti all’Inps un presidio di lavoratori di Cgil e S.I.Cobas  protestava per i Tfr evasi da Bellentani e da quelle stesse agenzie di somministrazione di manodopera al cui capo c’era Scavone.

C’è del marcio a Modena non c’è che dire.

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